Ho una debolezza per il ñandutí, quel delicato merletto che porta con sé le storie di mani laboriose in Paraguay. Ricordo la prima volta che i miei occhi si persero tra i suoi intricati fili in una fiera di Asunción, come se ogni giro dell’ago avesse un proprio sussurro.
Da vicino, il ñandutí sembra un universo in miniatura, dove ogni figura tessuta racconta una piccola storia: un’alba fresca, una conversazione tra risate e mate, o il ricordo di un abbraccio lontano. E come quelle storie, il merletto si condivide.
È curioso come un’opera d’arte tradizionale possa risuonare nella vita moderna. Qui in Francia vedo spesso come la moda e l’arredamento cerchino autenticità nei dettagli che toccano l’anima. Forse è per questo che a volte decido di appenderne uno alla finestra; quando la luce gioca attraverso i suoi intrecci, mi sento trasportato. Mi ritrovo in quella dualità di appartenenza, tanto qui quanto là.
La lavorazione del ñandutí non è cosa semplice. Le mani che lo tessono iniziano con un semplice telaio rotondo di legno e da lì creano un microcosmo di bellezza. C’è qualcosa di quasi magico in quell’artigianato: il passare del tempo reso tangibile.
È più di un prodotto: è un simbolo di pazienza, del legame tra generazioni e del valore di trasformare la quotidianità in arte. Ogni volta che accarezzo un ñandutí, è come tornare a casa, anche se la mia casa ora è ancorata in un altro continente.
Quindi, se un giorno vi imbattete in un bel frammento di ñandutí, fermatevi. Guardate oltre i suoi colori e i suoi motivi. È un pezzo di Paraguay che ci saluta con un caloroso “mba’éichapa”. E forse, come me, lo troverete inaspettatamente in un angolo del mondo, portando con sé un piccolo desiderio di ritorno.